La notte prima degli esami (di Draghi) agita le banche europee

Oggi, alla mezzanotte ora italiana, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, parlerà all’Università di Harvard, a Cambridge in Massachusetts. Di fronte a professori e ricercatori dell’Istituto di politica dedicato all’ex presidente John F. Kennedy, non discuterà soltanto di cosa possano fare ancora cittadini e stati europei per far avanzare la moneta unica, ci terrà piuttosto a sottolineare cosa il suo Istituto centrale ha fatto e può fare per l’euro. A partire dall’Unione bancaria europea, giudicata dallo stesso Draghi la “priorità” utile a “riavviare l’afflusso del credito verso l’economia reale”. Dal 2014 il banchiere italiano diventerà per certo il dominus del processo di supervisione sui 130 principali istituti dell’area euro, affiancando (e scalzando) autorità di vigilanza centenarie.
9 OTT 13
Ultimo aggiornamento: 14:12 | 22 AGO 20
Immagine di La notte prima degli esami (di Draghi) agita le banche europee
Oggi, alla mezzanotte ora italiana, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, parlerà all’Università di Harvard, a Cambridge in Massachusetts. Di fronte a professori e ricercatori dell’Istituto di politica dedicato all’ex presidente John F. Kennedy, non discuterà soltanto di cosa possano fare ancora cittadini e stati europei per far avanzare la moneta unica, ci terrà piuttosto a sottolineare cosa il suo Istituto centrale ha fatto e può fare per l’euro. A partire dall’Unione bancaria europea, giudicata dallo stesso Draghi la “priorità” utile a “riavviare l’afflusso del credito verso l’economia reale”. Dal 2014 il banchiere italiano diventerà per certo il dominus del processo di supervisione sui 130 principali istituti dell’area euro, affiancando (e scalzando) autorità di vigilanza centenarie. Draghi non vuole sorprese, e soprattutto non vuole farne ai mercati, e così è già mobilitato affinché i diversi stati mettano la casa in ordine prima del passaggio di competenze. All’inizio dell’anno prossimo si svolgerà dunque una Asset quality review (Aqr), un esame dei bilanci degli istituti, e subito dopo uno stress test per sondare la resistenza in caso di scenari avversi. Per monitorare il tutto, a Francoforte sono in corso colloqui per l’assunzione di 800 nuove persone; oggi i dipendenti sono 1.900.
Le banche europee, spesso sotto pressione nelle rispettive patrie per la scarsa propensione a fare prestiti in tempo di crisi, non affrontano l’esame di Draghi a cuor leggero. Da settimane è in corso un confronto, perlopiù sotterraneo, per stabilire in base a quali criteri gli istituti saranno esaminati; dai risultati, infatti, dipende l’opinione che si faranno i mercati, quindi la loro reazione e l’ipotizzabile punizione delle banche che si rivelassero troppo deboli. Non a caso si discute anche della possibilità che i singoli stati accantonino risorse per eventuali stampelle da fornire all’improvviso. Ieri perciò ha creato qualche scompiglio un’indiscrezione del Financial Times, secondo cui “l’Eba (l’Autorità bancaria europea che lavora con la Bce allo stress test, ndr) potrebbe penalizzare le banche che fanno ampio affidamento sulle operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Ltro) della Bce”. L’indiscrezione è smentita dal presidente dell’Eba, Andrea Enria: “Nessuna decisione è stata presa”. Ma dà l’idea di quanto le sorti future degli istituti dipendano da minute scelte tecniche, visto che per esempio le banche italiane sono tra quelle che più dipendono dalla liquidità straordinaria (Ltro). D’altronde la settimana scorsa era stato un altro pezzo da novanta del settore, Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, a intervenire nella mischia, chiedendo invece la penalizzazione di quegli istituti che con la liquidità della Bce sono corsi a comprare titoli di stato in quantità, ancora una volta un riferimento a banche italiane, spagnole e non solo. Tale penalizzazione costringerebbe i nostri istituti ad aumentare il fabbisogno di capitale, chiudendo ancora di più il rubinetto dei prestiti, mentre non toccherebbe i tanti istituti tedeschi (soprattutto piccoli) che sfuggiranno alla lente della Bce per volontà politica di Berlino, ha detto al Foglio l’analista di un’importante banca italiana. Il capo economista di Unicredit, Erik Nielsen, in una lettera al Ft ha giudicato l’intervento “un po’ sconveniente”. Nell’ambiente bancario italiano, però, non mancano pure gli elementi di ottimismo. L’economista francese Eric Dor, della IESEG School of Management di Parigi, sostiene che in caso di “crisi sistemica” gli istituti francesi e tedeschi costerebbero più al contribuente, rispettivamente 250 e 120 miliardi di euro, di quelli italiani (circa 70 miliardi).
Nell’Associazione bancaria italiana (Abi), c’è poi un cauto ottimismo su un documento dell’Eba che sarà reso pubblico a giorni (tra il 16 e il 17 ottobre forse) e che proporrà standard tecnici comuni a tutta l’Europa per valutare sofferenze e altri possibili crediti deteriorati che oggi appesantiscono i bilanci bancari. Se i criteri saranno esigenti, avvicinandosi almeno alla durezza di quelli italiani che viene rivendicata anche dalla Banca d’Italia, saranno le altre banche a doversi adeguare e non invece le nostre a fare brutta figura. Gli standard Eba, infatti, oltre a essere approvati dalla Commissione Ue e poi diventare direttamente applicabili per le segnalazioni di routine, saranno già utilizzati dalla Bce come base metodologica per l’esame (Aqr) dei prossimi mesi. Lunedì, all’Eurogruppo, il confronto sul tema tornerà in sede politica. Anche in quel caso sotto l’occhio attento del banchiere centrale Draghi.